Apollosa

Campoli M.T.  

 

 

 

 

 
   

Dove siamo

 

 

 

 

 

       

Sannio

 

Regione storico-geografica dell'Italia meridionale, dal territorio non esattamente delimitato, che deriva il suo nome dall'area anticamente abitata dalla popolazione italica dei sanniti. È situata sugli impervi altipiani interni nell'Appennino meridionale tra il Molise centrale e meridionale  e la Campania settentrionale, e comprende il massiccio del Matese. Il limite meridionale del Sannio viene generalmente indicato nel corso del fiume Calore, il principale affluente del Volturno. Con un'economia fondamentalmente povera, basata sulla pastorizia e lo sfruttamento forestale, fiere della propria indipendenza, le varie tribù che popolavano il Sannio non riuscirono mai a istituirsi in una unità politica o amministrativa, ma si raggrupparono in una federazione, la cui capitale si trovava presso l'odierno centro di Pietrabbondante (in provincia di Isernia); in più occasioni seppero opporre una forte resistenza alla conquista romana, anche alleandosi di volta in volta con vari nemici di Roma, come gli etruschi o i galli. Preso possesso del territorio, Roma fondò varie città nel Sannio, tra cui Isernia. Dall'antichità a oggi le condizioni economiche della regione non sono molto mutate; le risorse sono povere e l'asprezza dell'ambiente continua a limitare il popolamento e lo sviluppo economico della regione, ricca tuttavia di richiami paesaggistici che potrebbero decisamente intensificare il turismo montano nell'area del Matese.

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Apollosa. Lungo la s.s. n. 7 si giunge ad Apollosa, piccolo centro abitato a quota 461 metri sul livello del mare; riprendendo la strada statale sulla via del ritorno si effettua una deviazione per giungere a Castelpoto. La collina su cui sorge il piccolo borgo medioevale ormai in rovina, domina in parte il corso del Calore e la pianura dove una volta passava la via Appia. 

 

Campoli. Ai margini orientali del Parco del Taburno-Camposauro, il centro abitato è raggiungibile attraverso la Statale 372 o la Via Appia (uscendo, rispettivamente, ai caselli di Caianello o di Caserta Sud). Nel primo caso si prosegue imboccando da nord-est e nel secondo caso da sud-est la Provinciale lungo la quale si trova Campoli, che è collegata a Napoli e Benevento da corriere a bus pubblici e privati. In treno occorre scendere alla stazione ferroviaria di Montesarchio-S. Martino Valle Caudina, sulla linea Napoli-Benevento.

 

Apollosa

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Breve storia di Apollosa, secondo lo storico A. Meomartini

E' Comune del mandamento di Montesarchio nel circondario di Benevento, che primo s'incontra a destra della via consolare che mena alla valle Caudina.
Pochi chilometri fuori Benevento, trovasi, a sinistra, presso un valloncello, un'antica casa ad un sol piano.
Là esisteva il così detto Epitaffio, cioè il punto di confine tra l'ex regno di Napoli ed il territorio beneventano.
Una specie di monumento in fabbrica sull'estremo limite divideva le due sovranità, la regia e la pontificia.
Gl'ignoranti della storia, credendo di cancellarla, hanno tolto via la iscrizione. Ciò non ha potuto far dimenticare otto secoli di dominazione.
Subito dopo comincia il territorio dì Apollosa, il quale confina con Benevento, S. Leucio, Ceppaloni, Montesarchio e Castelpoto.Quanti pensieri s'affollano alla mente, percorrendo la via sulla quale ora c'intratteniamo! Una interna comunicazione tra la valle Caudina e la beneventana ha dovuto sempre sussistere, anche quando era chiuso il colle S. Felice presso Benevento, e l'accesso a detta città avveniva pel ponte dei Lebbrosi, costeggiando le località dette Ciancelle, dopo esser passata per di sotto Apollosa. Posteriormente, quando la via Appia fu prolungata per Benevento fino a Brindisi certo costeggiava i dintorni di Apollosa.
E non v'è stato alcuno fra i grandi romani, consoli, proconsoli, generali od imperatori, che non abbiano calpestata la polvere della regina fra le vie dell'antico mondo.
Ecco perchè tanti pensieri s'affollano alla mente, e in una nebbia lontana lontana appariscono quivi le ombre dei prodi Sanniti, e poscia di un Fabio Massimo, di un Papirio Cursore, di un Decio Mure, di Sempronio Gracco, di Marcello, di Annibale, e poi di Silla, di Pompeo il Grande, di Cesare, di Cicerone, e poscia ancor gradatamente di Angusto, di Orazio, di Virgilio, di Nerone, scortato dalla guardia Pretoriana e dai cavalieri germanici dal fiammanti latielavi, coronato di alloro ed ebbro di vanità comica e melomane, di Traiano, reduce dai plausi delle plebi adulatrici sempre le stesse.E più d'appresso a noi compariscono Totila, i Longobardi Zotone, Arechi, Siconolfò, Grimoaldo, e tanti altri. Ecco la Croce. Dopo le stragi di un Seodam e di un Massar, saraceni, vengono i Pontefici Onorio, Pasquale, Innocenzo, Ranulfo, Ruggiero, Guglielmo, Tancredi, Federico II, chiusi nel ferro delle loro armature, passano l'un dopo l'altro.
Vien Manfredi, cui non restano che pochi giorni di vita, il feroce Carlo d' Angiò, che anela Napoli dopo Benevento, e tutta la corte dei coronati avventurosi o sventurati: Roberto, Ladislao, Renato, Luigi e Giovanni d'Angiò, Alfonso d'Aragona, i due Ferdinando. E poi? le figure più dolci, più mansuete di un benefattore indimenticabile in Benedetto XIII, e di un altro, su cui'la storia non può dire ancora l'ultima parola, Pio IX. Rimembranze grandiose, che abbracciano trenta secoli di Umanesimo, dai progenitori dei Sanniti. Apollosa dorme sull'alto, tra gli alberi, e non rammenta un bricciolo solo della patria istoria. Tentiamo svegliarla. Il fu monaco di Montesarchio, fra Arcangelo, vedeva da per tutto divinità pagane; e per lui Apollosa era sempre un ara sacra ad Apollo. E pure, non v'è paese il cui nome ha subito tante alterazioni grafiche quanto Apollosa. è stata chiamata: La pelosa, Lapillosa, Pellosa, Pelusia, Lapelusa, Apellosa, Apollosa. Nei tempi moderni la nomenelatura comincia da vocale, cominciava da consonante in quelli più remoti. Apollosa è nome moderno, che non ha conosciuto alcun Apollo della mitologia greca o romana.Il paese moderno è un aggregato di casali; il paese antico vuole la tradizione sia stato più in basso. Certo è che quelle antichissime taverne site sulla strada erano antiche stazioni militari per la sicurezza locale; e questa destinazione tradizionale han mantenute fino a tempi relativamente a noi prossimi nella successione degli anni.
Presso Apollosa fu rinvenuta una colonna milliaria dell'Appia con la seguente iscrizione:

IMP. CAESAR L. SEPTIMIUS. PIUS. PER TINAX.
PONTIF. MAXIMUS. TRIB.POT. VI IMP.
XI. COSS. II. P. P. PROCOSS. ET... IMP. CAESAR.
M. AURELIUS. ANTONINUS. AUG.
IMP.SEVERI. AUG. F. TRIB. POT. PROCOS.
PONTEM VETUSTATE DILAPSUM
A SOLO SUA PECUNIA RESTITUERUNT                                                                               

La suddetta iscrizione, riportata dal Mommsen al N.1409, è dell'anno 198 dopo Cristo, secondo lui, dell'anno 203 o 204 secondo il De Vita, che pare più accurato, e si riferisce al restauro del ponte dell'Appia poco discosto.
Vuolsi che di questa località sia stato il grammatico Turpilìo vissuto nel sesto secolo dell'era cristiana. Qui fu trovato scolpito .quel noto distico satirico, contro di lui composto, e che mirabilmente si presta ad un doppio senso.Il giuoco del doppio senso sta nelle parole prisci ed ani, che, riunite, danno la parola Prisciani. E' quasi certo che questi luoghi hanno dovuto subire pìù o meno le stesse sorti di Benevento nei tempi lontani, e poscia formar parte della omonima colonia. Per trovarne alcun motto istorico che faccia menzione di un luogo abitato col nome di Lapelosa bisogna arrivare fino all' epoca dei Normanni , e quando già ìl Conte Rainulfo possedeva Avellino, Airola e molte località a queste prossimiori. Allora Lapillosa apparteneva ad., un Ugone infante, il quale nel 1127 venne a rottura col detto Conte Rainulfo e col Principe di Capua. Questi ultimi due, radunata forte mano di militi e una innumerevole quantità di pedoni, andarono sopra il castello, che chiamavasi Lapillosa. Il Rettore di Benevento, a nome Guglielmo, udito ciò, chiamò il popolo ad armi, e tre giorni dopo sì spinse su Apollosa con due mila uomini. Il paese ebbe a soffrire un' assedio e l' incendìo della selva che lo circondava. Il popolo beneventano, tutto riunito, aggredì ed espugnò virilmente le difese del castello, e l'avrebbe preso ed incendiato, se il Conte Rainulfo fosse subito sopravvenuto, mentre, al contrario, erasi partito unitamente al Principe Roberto, a causa del tempo pessimo e nevoso. Contavansi il 27 gennaio di quell' anno.
Se Apollosa scampò da ruina nell'anno 1127, non così fu nell'anno 1133, quando venne presa e distrutta, per aver mancato il suo signore Ugone infante d'esser ligio al dato giuramento in favore di Rainulfo.
Mille cavalieri fortemente armati e ventimila pedoni avea il Conte Rainulfo; e il Contestabile dei beneventani, chiamati tutti alle armi, innumerabilem civium multitudinem secum gaudens eduxit . Entrambi , super castrum quod la pelosa vocatur , festinavere. L' assedio durò quattro giorni , le mura furono distrutte con le macchine, fu impedito ai villici di servirsi delle acque del vallone e delle vicine fonti. I difensori, vedendo distrutte le case dei contadini dalle baliste, ed atterriti dalle belliche macchine, per non esser trattati a ferro e fuoco, consegnarono il castello, e si posero ai servigi di Rainulfo lasciando, l'alleanza di Re Ruggiero.E a supporre però che il Re, riassodata la propria sovranità, sia stato relativamente largo verso Apollosa. Nello stesso secolo, ma durante il regno di Guglielmo 1I, Pellosa costituiva un feudo di due militi, faceva parte della " baronia Feniculi " o baronia di Fenucchio, e dipendeva da un Tommaso di Fenucchio; il quale dovè essere uno' dei più fidi normanni, se in quel modi fu rinumerato dal suoi Re.Egli è più volte rammentato in questa illustrazione di ciascun comune della provincia.
Vedasi il N. 902 del catalogo dei baroni. Nuovi tormenti e nuovi tentativi vi furono durante il regno di Federico 1I, ed egualmente sotto Manfredi e Carlo d'Angiò quando la casa dei Fenucchio era stata spogliata di tutti i possedimenti. Errico VI e Costanzo donarono la Baronia di Fenucchio, tra cui Apollosa, ai Benedettini di S. Sofia; e Federico II, di loro figlio, queste concessioni confermò nel 1221 con privilegio datato da Aversa. Poscia, rottosi con la Corte papale, gliela ritolse.Nel 1269 questo paese venne con altri donato ad Emmanuele Frangipane, in premio della turpissima azione da lui commessa di consegnare a Carlo d'Angiò il giovane Corradino e Federico d'Austria, catturati ad Astura mentre in sua fiducia si mettevano. Il nome di Apollosa rivela indirettamente quella famosa turpitudine del Frangipane, esecranda per qualunque anima gentile. Lo stesso Capecelatro, storico non sospetto di poco attaccamento agli Angioini, scrive nel, libro 8: " sostenuti tutti quelli sventurati signori, li consegnò prigioni a Carlo, che gratissimo l'ebbe e gli donò in guiderdone la Pelosa, Torrecuso, Ponte e Fragnito, terre presso Benevento; il che fu cagione di farli passare ad albergare in Napoli, ove poco durarono, non permettendo Iddio che terre acquistate con sì cattivo modo, e concedute per prezzo di sangue cristiano, lungamente durassero nel loro legnaggio ". Ed il Passaro nel suo giornale, pag. 7: " Et lo Re Carlo donò allo signore di Asturi la Pelosa che sta vicino Benevento ".
Le località di Apollosa e Ponte erano importantissime in quei tempi , costituendo due accessi necessari verso Benevento , e due passaggi fortificati per dominare le circostanti teste di vallata.
Nel Cedolario dei 9 ottobre 1320 il paese è segnato " Pellusia, once 7, tarì 28 e grano, uno, tra Ceppaloni e Montesarchio ".
Nel secolo XIV già Apollosa era in possesso della casa della Leonessa, e per molto tempo fu feudo di quella casa, e quindi di Guglielmo, Restaino, Giacomo, Luigi, Violante, di altro Giacomo, di Alfonso, Giulio, Luigi, Giovanni, e Giulia della Leonessa. L'ultima sposò Antonio Caracciolo, marchese di Vico, a 2 luglio 1520, e portò Apollosa in casa Caracciolo.
Questo povero paese, messo accanto alla via da Benevento alla valle Caudina, soffrì molto nelle guerre tra gli Angioini della prima e della seconda stirpe, non che nelle fazioni tra Renato d'Angiò con Alfonso d'Aragona, e tra Giovanni d'Angiò con Ferdinando I. Fu incendiato due volte e' saccheggiato. " Il dì di S. Pietro del medesimo anno (1439) il Re Alfonso era alla Pelosa, e il Re Renato, che a gran prieghi avea con dotto il duca di Bari colle genti, venne a porsi dall'altra parte del vallone di Benevento e mandò un trombetto al Re Alfonso che li piacesse non disfare il Regno con prolungare la guerra, ma che volesse con lui da persona a persona, o con una squadra, o più, o con tutto l'esercito in una. battaglia vedere di chi " ha da essere il Regno, e chi perde abbia pazienza " (giornale del duca di Monteleone pag. 117). Circa i danni subiti nella, guerra di Giovanni d'Angiò abbiamo la testimonianza storica del Pantano, lib. I, pag. 52 de bello neapolitano, edizione del 1859: " Ora Ferdinando, trovandosi occupato ai danni di quei popoli, ebbe avviso che Giovanni d'Angiò e l'Orsino, uniti insieme gli eserciti erano venuti nei, Sanniti ed , avendo data la Pellosa alle fiamme e tirato in compagnia loro Alfonso della Lagonessa con tutti i castelli della Valle Caudina, marchiavano direttamente verso Napoli, etc. ". E dal Pontano copia lo storico Costanzo, libr. 19: " Il dì seguente il Re fu avvisato che il Duca Giovanni insieme col Principe di Taranto erano giunti in valle Beneventana, e aveano arsa la Pelosa, e se gli era reso Alfonso della Leonessa, signore di molte castella, ed ancora che il Re dubitasse che anderebbero a Napoli ". Nel registro 150 della Cancelleria Aragonese sono annotati i pagamenti fatti alla gente d'arme presso lo saudello in la Pelosa. Col secolo XV, trasformatasi l'arte della guerra, cessò l'importanza belligera della valle Caudina, e quindi anche del passo di Apollosa. E far motto adunque soltanto della vita feudale e del movimento della popolazione, in che si compendia qualsiasi nuova successiva su questo Comune. Nel 1532 la popolazione fu rinvenuta di 101 famiglie, di 136 nel 1545 e di sole 80 nel 1561 aumentate a 116 nel 1595.
Rimase in possesso della casa Caracciolo dei marchesi di Vico fino ai 9 marzo 1573, quando un Nicolantonio Caracciolo iuniore lo vendè a Fabio Ricca. Costui non aveva altro titolo che quello di barone di Apollosa, titolo comune a tutti i feudatari minori non insigniti di titolo maggiore; ma con diploma datato 11 giugno 1627 fu nominato Duca di Apollosa
Nel diploma medesimo il paese vien chiamato " terra Apellosae atque illius membra et districtum ".Il feudo passò in casa Piscicelli pel matrimonio di una Lucrezia Ricca con Nicola Maria Piscicelli; del quale fu erede un Fabio Piscicelli. Estinto, senza discendenza mascolina, questo ramo dei Capece Piscicelli e rimasta unica superstite una Maddalena, costei , avendo sposato Tommaso Guindazzo Caracciolo , duca di Ricigli ano, portò in detta casa Apollosa, che già erasi ridotta solo a cento famiglie.
Un Domenico Guindazzo Caracciolo, ultimo duca di Apollosa di tal cognome, vendè il feudo e il titolo a Carlo Spinelli, principe di S. Giorgio la Mo.ntagna, a 29 aprile 1774.
Estinto anche questo ramo degli Spinelli nel 1861, il titolo è ora nella casa dei marchesi Lancellotti
. La popolazione del comune, che alla fine dello scorso secolo era di 1773 abitanti, è aumentata adesso, noverandone 2039, giusta il censimento del 1901
Apollosa ha fatto parte sempre della baronia di Fenucchio nell' epoca normanna e sotto il rapporto feudale.
Era nel giustizìerato, poscia provincia, di Principato Ultra, ov' è rimasta fino al costituirsi, della provincia di Benevento; della quale passo' a formar parte nel 1861 come uno dei comuni del mandamento di Montesarchio, da cu i è distante pochi chilometri.
Il territorio è tutto in collina e di buona estensione; produce ottimi grani, buon vino, frutta, legname ed altri prodotti, che smercia sui mercati di Benevento e di Montesarchio, essendo superflui al consumo locale.La popolazione è anche industriosa in pastorizia, perchè non vi fanno difetto buoni pascoli e buoni armenti.
Sappiamo esservi tra le principali famiglie proprietarie quelle dei locali signori Francesca, Guadagno, Savoia, Stefanelli, VarricchioIl Comune è contenuto nell'Archidiocesi di Benevento, e non manca di chiese, tra le quali primeggia l'Arcipretale, situata nel centro del paese, e tenuta con proprietà e decenza.
L'aere è sanissimo, la situazione favorevole alla viabilità ed al commercio di consumo, e v'è quindi una relativa universale agiatezza, che difende dalla miserevole piaga del pauperi“Nel Cinquecento diversi centri del Sannio, per una serie di ragioni, subiscono' profonde trasformazioni urbanistiche, cambiamenti sociali ed economici: l'assetto dei vari abitati, non più arroccati sulla cima di colline impervie, caratterizzerà soluzioni più aperte, come consigliano i lunghi periodi di pace, che consentono di recepire le innovazioni dell'età moderna. Inoltre, le modificazioni nei procedimenti dell'arte della guerra non giustificano più l'arroccamento, nè la protezione naturale dall'alto.
Ciò non avviene per Apollosa, che conserva anche nel XVI secolo la sua posizione urbanistica: al trasferimento verso valle, ad un'ipotesi di sviluppo commerciale lungo la trafficata via Appia, preferisce una soluzione di "idillico" isolamento, dal momento che il raggiungimento del nostro paese era forzato, come deviazione e non per passaggio.
Il Meomartini avverte giustamente che Apollosa, se ebbe peso strategico e militare sino al ‘400, come avanguardia ed indispensabile passo d'accesso a Benevento e alla Valle Caudina, cessò di averne quando le nuove tecniche di guerra, l'utilizzo di nuove strumentazioni di combattimento, resero inutile ogni avamposto di vigilanza o di difesa turrita.
Come si è detto, il feudo di Apollosa per buona parte del Cinquecento fu in tenimento della famiglia Caracciolo: esigenze pratiche costrinsero un certo Nicolantonio di detta casa a vendere titolo e terre nel 1573 al nobile Fabio Ricca. Questi nel 1627 ottenne dalla Cancelleria regia per il feudo la nomina di Duca di Apollosa, rientrando il "beneficium" tra le investiture minori.
Nella seconda metà del secolo XVII il ramo diretto dei Ricca si estingue ed una figlia di Fabio, Lucrezia, va in sposa a Nicola Maria Piscicelli: dal matrimonio dei due nasce un nuovo Fabio, che alla sua morte non lascia però discendenza maschile. Il ramo si inibridisce con la famiglia napoletana dei Capece. In questo periodo Apollosa ha ormai sviluppato buona parte del suo centro storico e numerosi sono i suoi Casali. Solo nell'ultimo ventennio del secolo la curva demografica subisce una drastica flessione per la drammatica esperienza della peste, che colpì l'intero Mezzogiorno nel 1656.
Verso la fine del ‘600, con il superamento della crisi demografica ed il flusso migratorio proveniente dalle vicine meridionali, ricomincia la espansione del paese e si pongono le basi definitive per una nuova, consistente crescita urbana.
A distanza di un trentennio dalla peste la provincia di Principato Ultra fu teatro di un terribile terremoto: la sciagura colpì con inclemenza anche Apollosa nel 1688, durante il ducato dei Capece Piscicelli. La dimostrazione della gravità dell'evento si può desumere ancora una volta dalla flessione della curva demografica del paese.
Durante il secolo dei lumi, il feudo di Apollosa ritorna ad altro ramo ibrido dei Caracciolo, siccome una certa Maddalena Capece Piscicelli si unisce in matrimonio con tale Tommaso Guindazzo di detta casa, già duca di Ricigliano. Nuove difficoltà, forse di gestione fiscale di un territorio troppo vasto e poco remunerativo, costringerà l'ultimo discendente dei Caracciolo. Domenico Guindazzo a vendere il feudo ed il titolo di duca a Carlo Spinelli, già principe di San Giorgio la Molara, nel 1774. il quale lo conserverà fino al 1861.[...]Quando poi si provvide all'unificazione nazionale, Apollosa dalla provincia di Principato Ultra passò in quella appena costituita di Benevento, assegnata al mandamento giudiziario di Montesarchio: la cittadina sannita entrò così nella nuova orbita dello Stato italiano, appena costituito; le sue vicende storiche persero il significato del fenomeno puramente laicale, inquadrandosi nella più vasta problematica della provincia beneventana, alla quale ancora oggi appartiene.”
( G.Napolitano: Apollosa 1000 anni di storia-Ediz.Realta' Sannita )

Foto e commento tratto dal sito Web proloco apollosa.
 

 

Epitaffio


Casa comunale


Castello


Iscrizione


Feudatari di apollosa

Feudatari di apollosa


Diploma


Palazzo Varricchio Sec.XVI


Chiesa arcipretale


Chiesa arcipretale


S.anna in rara fotografia del 1898


S.Anna

 

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    Campoli del Monte Taburno sorge alle pendici del Taburno ed è il più giovane paese della Valle Vitulanese, conta 1585 abitanti circa, per una superficie di 9,76 Kmq. Del paese non si hanno notizie storiche se non prima del 1181 quando “ Campora”, così veniva chiamato, appare in un documento appartenente al cartario della Badia di Santa Maria in Grutis  con il quale, Giovanni Bosandeprandi e il suo nipote Giovanni Basvino, vendevano “ una petiolam terre in loco ubi Campora dicitur” al signor Barbato. Campora appare anche nel “ Catalogo dei Baroni”, quando il paese era registrato come suffeudo del Conte Gionata possidente di Airola e S. Martino V.C., e nel “Cedolario” del 1320. In seguito, il paese, fu assegnato ad Alfonso Della Leonessa (1453) che decadde quando Campora fu distrutta da un terremoto, successivamente ricostruito dagli abitanti di Sala Consilina. Per tradimento verso il Signore Fernando I, il Della Leonessa perse il feudo e nel 1460 Campora fu venduto a Carlo di Carafa . Il paese, nel 1532 divenne parte del Principato Ultra fino all’ Unità d’Italia, quando venne assegnato alla provincia di Benevento. Elemento storico del paese è la Chiesa di San Nicola di Bari, l’edificio  sacro di maggior rilievo, incentrata in un contesto storico dove emerge una  pavimentazione di forma e dimensioni del tutto irregolare a fasce alternate di pietre calcaree e mattoni cotti. All’interno la Chiesa è divisa da una navata centrale e due laterali, l’altare è formato da marmo bianco e, l’elemento cruciale di quest’ultimo, è la suggestiva  statua della SS. Madonna del Rosario venerata dai Campolesi in ottobre. Anche se il patrono del paese è S. Nicola di Bari, è importante la statua di S. Donato, ed è proprio in suo onore che il paese festeggiava componendo suggestivi carri di grano fino al 1978 . Una importante tradizione è la venuta della statua di S. Antonio di Padova, sita nella Basilica della SS. Annunziata di Vitulano, grazie alla quale un affluente folla di Campolesi e non, si recano in pellegrinaggio per condurre il Santo verso la chiesa di S. Nicola che fa ritorno al convento solo nel tardo pomeriggio. E’ questo un avvenimento che va avanti da ormai tanti anni, infatti, dopo aver effettuato delle ricerche si riporta qui un pezzo di storia tratto dall’opuscolo “Appunti di cronaca sul convento della SS. Annunziata della Valle Vitulanese” di Padre Eugenio Tirone: “E’ tradizione nella Valle che i primi frutti della terra vengano offerti a S. Antonio del Convento. Un giorno una devota di Campoli, essendo chiusa la porta della chiesa, bussò alla porta del convento, recando sulla testa una  spalla di maiale. Il frate che la voleva subito alleggerire dal peso si sentì rispondere : “ ‘A’ dda vedè prim’is”( la deve vedere prima lui ).  Accompagnatala in chiesa, dopo una breve preghiera all’altare di S. Antonio, si rivolse al frate e nel consegnare la spalla disse : “ Zi  Mò, mo è la toia” ( zio monaco ,adesso è tua ). Nel contesto storico di Campoli emerge la piccola ma suggestiva e antica “piazzetta” così comunemente chiamata, ma con il veritiero nome di “ Ariella” oltre a scorci architettonici tipici della zona. L’economia del paese si basa principalmente sull’ agricoltura: vi si producono ulivi, viti, tabacco, e un’ ottimo  vino.

 

Chiesa di S.Nicola di Bari

Centro storico

 

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